L’interlinea del profondo

Debora Di Jorio

Osservare. Il verbo della lungimiranza. Dal latino ob-servo, custodire verso…evidentemente dopo aver visto (oida) e rinviato ai magazzini della memoria che danno forma agli apprendimenti; ecco perchè ‘osservare’ non è solo sinonimo di guardare con attenzione, ma è anche seguire una regola, mantenere un principio, rispettare necessariamente l’alterità che circonda. Nel caso dell’osservazione in ambito pedagogico, “considerare” le caratteristiche di eventi ripercorrendone la storia, sospendendo il giudizio in una paziente attesa, letteralmente ‘vedere’ il contesto leggendo fra le interlinee delle diverse prospettive del campo relazionale, cogliere il non detto dei linguaggi più o meno consapevoli, dialogare con l’incontrovertibilità del Fatto. Mi torna in mente la massima hegeliana “non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie”, nello specifico la scelta dei termini ‘appare’ che non è essere, e ‘profondo’ che non è visibile.

Umanisti: la soluzione che non ti aspetti

Traghettare l’essere umano-lavoratore fuori dalla pandemia 

Stefania Papirio e Rosamaria Reale

“Cosa fai per vivere?”

Questa la domanda che ci viene rivolta più spesso. Qualcosa da fare, insomma, che ci qualifichi. Nessuno mai che ci chieda “Chi sei per vivere?”. E per fortuna, poiché la risposta potrebbe deludere perfino noi.

Secondo Jerome Bruner, psicologo e pioniere della psicologia dell’educazione, il linguaggio verbale, prodotto culturale per eccellenza, è strettamente connesso allo sviluppo intellettuale: è attraverso i racconti che si apprende e si arricchisce l’esperienza. La narrazione, che coinvolge sempre la narrazione del sé, è la modalità conoscitiva per antonomasia perché non è solo una mera ricostruzione a posteriori dell’esperienza ma esplicita gli schemi e la grammatica dell’esperienza stessa. Nel complesso gioco della quotidianità, il raccontare diventa il codice delle nostre relazioni e diventa fondamentale per la costruzione del significato, senza dimenticare l’incidenza dei fattori socio-culturali.

Così, in un quotidiano fantastico, a scuola potrebbe essere insegnata, tra le materie, la narrazione dell’essere umano, quell’essere umano che pensa, sente, agisce secondo natura, che è capace di elaborare concetti, di instaurare relazioni, di operare scelte e di risponderne responsabilmente.

Questa macchina complessa, delicata e straordinaria che è l’uomo è completamente calata nel suo contesto di appartenenza e si comporta secondo le regole non scritte della sua tribù. Le regole mutano nel tempo e si adeguano al momento storico, non sono un codice immobile e granitico ma seguono l’evoluzione dell’essere umano e dei suoi bisogni. Lungo queste curve prende forma quella che noi definiamo Società, ovvero un insieme di individui dotati di diversi livelli di autonomia, relazione e organizzazione che, variamente aggregati, interagiscono al fine di perseguire uno o più obiettivi comuni.

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Effetto farfalla

EFFETTO FARFALLA
Per l’Arte. Per la Pedagogia. Per l’Uomo.
Stefania Papirio e Rosamaria Reale

La Pedagogia non è un gioco da ragazzi!
Secondo il senso comune è il giovane essere umano che va guidato, instradato e condotto attraverso le complesse vie che lo condurranno all’età adulta.
Il termine Pedagogia deriva dal greco παιδαγογια, da παιδος (paidos) «il bambino» e αγω (ago) «guidare, condurre, accompagnare». Eppure, a dispetto del suo nome, non ha come oggetto diretto e primario il bambino. Non si rivolge, in qualità di Scienza, unicamente all’età giovanile. In qualunque momento potremmo aver bisogno di una guida che ci accompagni, di qualcuno che ci mostri il codice nascosto che regola il funzionamento dell’individuo in relazione al suo contesto.
«Ma un uomo cinquantenne non ha più nulla da imparare? Non impara egli di fatto qualcosa ogni giorno? E come o perché si sottrarrebbe questo imparare al concetto del fatto educativo? Lo spirito è sempre in via di sviluppo, finchè non cessa di essere. Il suo sviluppo sarà maggiore o minore, più rapido o più lento; ma uno sviluppo ei l’avrà sempre; e finchè c’è sviluppo, la scienza dell’educare deve dire che c’è ancora educazione». (G. Gentile, 1921)
In questo senso emerge un superamento della concezione originaria della pedagogia per approdare a un concetto di educazione continua che vede l’uomo soggetto/oggetto di un percorso di apprendimento, costante ma specifico, che dura tutta la vita (lifelong learning).
Atto e Potenza per Aristotele sono un binomio indissolubile e rappresentano il modello evolutivo della materia animata: ogni seme ha in sé la possibilità di diventare una pianta. Riferendosi all’Uomo potremmo dire che ogni passaggio dall’atto alla potenza richiede la decodifica del codice interno e segreto che regola la propria legge, la propria forma per permettere alla stessa di svelarsi. La Pedagogia quindi ci aiuta a comprendere il “come e perché” di quella entelechia di cui tutti siamo dotati: diventa lo strumento per il superamento della potenza a favore dell’atto.
Ecco perché la Pedagogia ha bisogno di un luogo dove agire (l’individuo) e un codice da svelare (la vita). In questa dinamica diventa fondamentale il linguaggio e l’Arte è la lingua che meglio accompagna questo percorso. L’arte è da sempre presente e necessaria per l’essere umano sin dalla sua prima apparizione sulla Terra. Quello che possiamo definire il “segno grafico” si è sviluppato ancor prima del linguaggio per rendere leggibili e trasmissibili i fatti quotidiani.
Di fronte a un’opera d’arte guardare l’insieme dei segni come una fotografia più grande è la dimostrazione che la comunicazione si dipana attraverso i cinque sensi in perfetta armonia con l’intelletto.
Poi, la scoperta del fuoco ha cambiato tutto…Le parole hanno preso il posto delle immagini ed è cominciata l’eterna lotta tra l’intelletto e l’emozione.
Ma su questo torneremo più tardi.
Fatto cenno alla comunicazione corre l’obbligo di specificare quanto quest’azione, connaturata all’essere umano, sia costantemente mistificata e mal gestita. Per comunicazione s’intende non solo quella rivolta agli altri, ma al contempo quella con se stessi, ovvero quella chiarezza di pensiero-sentimento, coerente e autentico, che permette l’agile gestione del passaggio dall’atto alla potenza.
Possiamo dunque definire l’Arte un iper linguaggio?
Sì. Emozioni, spunti, sensazioni, idee e tutto quanto si percepisce di fronte a un’opera d’arte vive di universalità poiché fa a meno della barriera linguistica.
È possibile utilizzare l’arte in maniera più consapevole, come strumento, come traduttore, facilitatore e moderatore tra le nostre emozioni e il nostro intelletto. Nella misura in cui, in prima persona, esperiamo questa dinamica acquisiamo la possibilità di replicare questo pattern, con padronanza, nella relazione con gli altri.
Questo concetto si fa ancora più chiaro se ci riferiamo all’arte contemporanea o comunque a quella del novecento, laddove assistiamo alla rottura del concetto assoluto di bellezza abbattendo così un’altra barriera, quella della perfezione della forma.
Come ha lucidamente espresso l’estetologo Dino Formaggio, «L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte […] quante cose diverse l’uomo ha chiamato arte, come diverse e spesso irriconoscibili tra loro sono le perle di una collana, e quante volte ciò che per una volta è stato chiamato arte (da chi? Dal passante, dall’esperto?) un’altra volta è stato negato o perduto come arte.».
E allora Banksy può esclamare: «Art should comfort the disturbed and disturb the comfortable».
Harold Rosenberg, studioso e critico d’arte americano, ha definito “oggetto ansioso” l’opera d’arte del XX secolo; appartenente dunque a quel genere di creazioni moderne destinate a perpetuare l’incertezza circa il fatto che si tratti di un’opera d’arte oppure no.
E quando siamo nell’incertezza, nell’impossibilità di regolare tutto con lo schema che conosciamo, ci affidiamo alle emozioni che il più delle volte sono per noi l’oggetto ansioso in quanto ancora oggi scarsamente conosciute e ri-conosciute, spesso confuse e poco allenate.
È per questo che si fa sempre più necessaria la connessione tra Pedagogia e Arte.
La pedagogia studia i processi dell’educazione e della formazione umana soffermandosi sui problemi e i fenomeni educativi.
Questa Arte non è più ricerca della forma perfetta, ma volontà e urgenza. L’Arte dal 900 ai giorni nostri è espressione del pensiero più che della tecnica del suo autore e non si propone di portare alla conoscenza altrui alcuna verità trascendente o comunque superiore: punta direttamente alle emozioni.
Nel novero dei fenomeni educativi importanza rilevante ha la decodifica delle emozioni e tutto quel comparto definito delle Soft Skills[1]. Non avremmo nessuna di queste abilità se non passassimo per la conoscenza, l’investigazione e il riconoscimento delle emozioni.
L’Arte dunque come decodifica del quotidiano percepire si manifesta quale armonizzatore sociale poiché insegna il senso profondo dell’equilibrio.
Il termine «armonia» deriva dal greco e significa «adattare»: l’armonia dunque è il buon incastro, la buona connessione fra le parti. Questa armonia tra intelletto ed emozioni è lo stato a cui tendere per sedare l’antica diatriba.
Ma questa che noi abbiamo appena definito come situazione dicotomica nei fatti non lo è. Studi neuroscientifici ci dimostrano che esiste un solo organo nel quale sono contenute tutte le nostre funzioni e sempre lo stesso organo le governa tutte: il cervello. Ma quello che le neuroscienze non fanno è alzare i muri e dividere: l’uomo sì.
Il primo e più efficace strumento per favorire l’abbattimento delle barriere con sé e con gli altri è l’educazione.
Educare viene dal latino «educĕre» e significa «tirare fuori ciò che sta dentro». In altre parole, chi educa ha il compito di accompagnare fuori ciò che si trova profondamente all’interno della persona, e che la persona da sola può percepire ma non riesce a far emergere. Facilitare dunque l’attivazione di un processo di emersione non è una tecnica, non è un metodo di apprendimento, ma un processo vero e proprio, qualcosa di più lento e più profondo che non sarà mai identico per tutti, ma specifico per ogni persona.
Le scoperte scientifiche più recenti coniugano nella Neuropedagogia l’azione educativa con lo sviluppo cerebrale e le più importanti funzioni umane, intrinsecamente dipendenti dalla condizione ambientale e dalle relazioni.
In questa ottica un’educazione così elastica come quella legata all’arte può giocare un ruolo ancor più determinante nella dimensione relazionale. Oltre alla componente genetica gioca un ruolo decisivo l’influenza ambientale che può distruggere o esaltare il talento o una semplice propensione. Se nell’ambiente che plasma l’essere umano introduciamo variabili come l’armonia, la bellezza, la conoscenza, la relazione autentica verremo investiti da quello che si definisce “effetto farfalla”. Infinitesimali variazioni nelle condizioni di partenza – che sia bambino, adolescente, adulto – producono variazioni rilevabili e crescenti nel comportamento futuro del soggetto del nostro intervento educativo. Poiché questa dinamica è una prerogativa dell’azione educativa dobbiamo tenere conto dell’insieme delle condizioni biologiche e ambientali capaci di promuovere un sano sviluppo mentale mediante la stimolazione di aree specifiche del cervello: avremo così una reale possibilità di vedere e sperimentare nuovi adattamenti e lavorare in un’ottica preventiva e riparativa.
L’Arte dunque usata con cosapevolezza, poiché esperita, diventa un potente assist per l’attività neuro educativa in quanto influenza la plasticità neuronale, caratteristica che può rendere stra-ordinaria la permanenza nella contingenza. Quello che l’arte fa è restituire con segni grafici, suoni, parole e corpo l’extra quotidiano cercando di ricostruire, grazie a questa guida, l’ordinario.
L’artista è come colui che pulisce dopo che una bomba sporca è scoppiata. Ricompone brandelli di essere umano trafitti da innumerevoli piccoli e letali oggetti esplosi. Dobbiamo cercare la mappa dell’Uomo altrimenti non possiamo ricostruirlo e l’Arte, gli artisti dunque, posseggono le coordinate poichè, grazie alla loro innata propensione al pensiero divergente, si fanno veicolo per l’ispirazione.
Quindi, i professionisti dell’arte e della pedagogia che volessero intraprendere un percorso interdisciplinare e profondamente educativo dovrebbero approfondire la conoscenza dello sviluppo cerebrale. Ma non basta. Si fa sempre più necessario, aprendoci a scenari internazionali e interdisciplinari, tipici di una cultura sempre più fluida e commista, l’individuazione e la comprensione delle lacune, la ricerca di soluzioni innovative, lo studio e l’approfondimento, l’esperienza sul campo delle nuove discipline e l’aggiornamento continuo. Solo così, comprendendo prima di ogni altra istanza cosa manca alla loro disciplina, potranno iniziare un percorso per renderla completa. In questa direzione costruiranno una nuova modalità di apprendimento personale e mai standard per ogni individuo.

D. Formaggio, L’arte come idea e come esperienza, Mondadori, Milano 1981
Di Jorio D. Synaptic Plasticity and Learning Processes: A Neuroeducation Perspective. OBM Neurobiology 2020
G. Gentile, Educazione e scuola laica, Vallecchi Editore, Firenze 1921
Life Skills Education for children and adolescents in schools OMS, 1993, Ginevra

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[1] «La competenza psicosociale è l’abilità di una persona di avere a che fare con le istanze e le sfide della vita di tutti i giorni. Questa è l’abilità di un essere umano di mantenere uno stato mentale di benessere e manifestarlo attraverso un comportamento flessibile e positivo nonostante le relazioni con gli altri, le loro culture e l’ambiente. […]».

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Il cervello narrante

IL CERVELLO NARRANTE

Alberto Oliverio

Università di Roma Sapienza

Il cervello umano è in gran parte legato al linguaggio, alla capacità di costruire frasi logiche e illogiche, di descrivere la realtà ma anche di immaginare scenari fantastici grazie alle capacità creative della nostra mente, alla sua capacità di immaginare nuovi scenari.

Esiste una differenza ben chiara tra l’immaginario -che ha una sua dimensione estetica e cattura la vista- e l’immaginazione. L’immaginario è una specie di viaggio organizzato, l’immaginazione un percorso che va costruito. L’immaginazione occupa un ruolo centrale nel pensiero complesso in quanto ci permette di rappresentare ciò che è sconosciuto e ci fa compiere veri e propri salti ideativi, come si verifica in numerosi aspetti della narrazione.

Sin da piccoli, prima ancora di essere in grado di leggere, siamo affascinati dalle storie che ci vengono narrate dagli adulti, al punto che Jonathan Gottschall autore de L’istinto di narrare, sostiene che la narrazione fa parte della nostra naturalità e costituisce lo spazio nel quale gli individui si esercitano a utilizzare le competenze più importanti della vita sociale.

In effetti, uno dei vantaggi della narrazione, attraverso l’ascolto o la lettura, è la possibilità di vivere delle esperienze surrogate, soprattutto emozionali, senza esporsi in prima persona: le storie sono una sorta di simulatore di volo per la vita sociale umana, un modo per delineare scenari, ipotizzare comportamenti, senza rischiare in prima persona.

Ma esiste anche una dimensione intima della narrazione, quella che, man mano, ci porta a ristrutturare le nostre esperienze di vita, le nostre memorie. Ci raccontiamo storie sul nostro passato e man mano ristrutturiamo il significato dei singoli ricordi, cosicché la realtà delle memorie diventa progressivamente meno importante rispetto alla sua ricostruzione “di parte” che implica distorsioni, abbellimenti, omissioni, trasformazioni…

La storia di Limite ed Errore

La Storia di Limite ed Errore

“Perché le cose belle hanno un confine, perché le cose belle possono finire, perché le cose belle sono umane”.

Questa è una storia di inclusione a lieto fine.

Limite ed Errore erano due fratelli, figli di Confine e Umanità e come spesso accade, uno somigliava di più alla madre e l’altro di più al padre.

La loro natura era pienamente fedele all’etimologia del loro nome. Limite era un bambino molto attento, timido e riservato, con la bizzarra abitudine di tracciare linee ovunque e rimettere a loro posto le cose. Errore era completamente diverso, sbadato, insicuro, era solito inciampare in continuazione, ma in compenso era molto allegro ed estroverso, incline per sorte a fare amicizia indistintamente con tutti, ma proprio tutti!

Per le loro caratteristiche così peculiari e così ben evidenti, Limite ed Errore non erano sempre ben visti, soprattutto a scuola.

Quando cominciarono a frequentarla venivano spesso derisi, messi da parte, per una ragione e per l’altra. I genitori sapevano bene che i loro bambini non avevano nulla di sbagliato e che non sarebbe stato giusto cercare di cambiarli per renderli simili agli altri; essi erano il frutto dell’unione della madre e del padre e non potevano che somigliare a loro sebbene con modalità tutte proprie, e li avrebbero incoraggiati e sostenuti nella loro crescita e nel loro contatto quotidiano con il mondo, con tutto ciò che questo avrebbe comportato, nel bene e nel male.

Con il passare del tempo tuttavia, avvenne ciò che forse nessuno si sarebbe aspettato. Limite ed Errore cominciarono ad avere tanti amici, proprio a scuola; più i giorni passavano più tutti si rendevano conto che sarebbe stato difficile fare a meno di loro. Limite aiutava volentieri i suoi compagni a riordinare il proprio banco, a tenere la classe in ordine, ad aver cura di sé, del proprio tempo, dei propri oggetti, delle proprie amicizie, persino delle parole e dei gesti! Li portava a rimanere concentrati su un compito fino al suo termine, ad usare ogni angolo ed ogni momento nel modo più adatto e più divertente tracciando col dito, dovunque, bellissime linee piene di colore, nell’aria e sul pavimento. Grazie al suo aiuto i bambini iniziarono a organizzare in modo autonomo le proprie attività rispettando l’uso del proprio spazio, dei propri tempi, riuscendo a riconoscere così anche quelli altrui, scoprendo risorse e abilità che non immaginavano di avere.

La classe era diventata una vera squadra dove chiunque avesse avuto bisogno di una mano sarebbe stato facilmente sostenuto, perché ciascuno aveva imparato prima a sostenere se stesso in tutte le proprie necessità e senza alcuna forma di prevaricazione o eccesso.

Persino le maestre non potevano più fare a meno dei suoi consigli per quanto la classe fosse piena di tratti di ogni colore!

Errore poi divenne il grande amico di tutti, sempre pronto a stare accanto ai compagni soprattutto quando commettevano sbagli, raccontando loro le sue avventure stravaganti e aiutandoli a riflettere e a provare e riprovare ad affrontare le loro prove, senza arrendersi, perché solo attraverso l’osservazione di uno sbaglio avrebbero potuto trovare una strada migliore, solo riflettendo sul percorso inizialmente intrapreso, avrebbero capito dove e cosa migliorare e quali delle loro risorse sfruttare per diventare più grandi e più liberi, e soprattutto, attraverso le proprie forze.

“Che merito c’è nel fare esattamente nel modo in cui un altro fa o ci dice di fare? A cosa serve imparare senza scoprire quali sono le combinazioni magiche che ciascuno dà ai propri pensieri? ”

Questo Errore diceva ad ognuno perché questo lui aveva imparato e continuava ad imparare, proprio inciampando!

“Cosa siamo senza il nostro spazio e il nostro tempo? se è vero che tutte le nostre azioni si svolgono in un luogo e in un momento preciso e fare esperienza ci aiuta a crescere, come posso crescere se non riesco a dare uno spazio e un tempo giusto ai miei luoghi, ai miei stati d’animo, alle mie passioni, ai miei ritmi, alla mia fame, alla mia sete, al mio riposo, alla mia curiosità ed esuberanza… come riconoscerò le mie qualità se non so dove posso fermarmi e come superare un ostacolo? E soprattutto cosa farò se non potrò contare su me stesso?

Questo era infondo il messaggio di Limite ai compagni che si rattristavano invece quando disorientati trovavano davanti a sé l’orizzonte sconfinato di scelte che gli adulti ponevano loro in modo indiscriminato e a volte non richiesto, e si sentivano smarriti di fronte a tanta ingestibile quantità, inquieti, inadeguati, bisognosi anche loro di linee, di confini, di desideri ancora inesplorati, di percorsi liberi, ma tracciati dall’ombra protettiva della presenza umana costante, di No invalicabili, preziosi quanto la ricchezza delle infinite possibilità concesse alla libertà e al diritto di sperimentare e sbagliare.

Limite ed Errore crebbero e, l’uno tracciando e l’altro inciampando, trovarono l’Amore.

Divenuti ormai giovani adulti si unirono rispettivamente a due fanciulle: Orizzonte e Coraggio da cui nacquero degli splendidi figli: Relazione, figlia di Limite e di Orizzonte e Apprendimento figlio di Errore e di Coraggio.

Del resto non poteva che essere così e lo sarebbe sempre stato fino alla fine dei tempi.

Ma di questo vi racconteremo nella prossima storia.

Testo Debora Di Jorio – 29.09.2018

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Il cervello che impara

IIIIntervista radiofonica al Prof. Alberto Oliverio

SPAZIO LIBRI – Il cervello che impara di Alberto Oliverio

“In un mondo dominato dai nuovi media, fare esperienza, dall’infanzia alla vecchiaia, comporta un diverso uso della mente. Le neuroscienze ci aiutano a comprendere come impariamo quali trappole evitare come mettere in pratica le strategie migliori.

La neuropedagogia non vuole certamente sostituirsi alla pedagogia, bensì indicare a genitori e docenti in che modo numerose esperienze dipendono da come è fatto e funziona il cervello e come queste conoscenze possano tradursi in un migliore processo formativo.”

(Alberto Oliverio Il cervello che impara)