EFFETTO FARFALLA

EFFETTO FARFALLA
Per l’Arte. Per la Pedagogia. Per l’Uomo.
Stefania Papirio e Rosamaria Reale

La Pedagogia non è un gioco da ragazzi!
Secondo il senso comune è il giovane essere umano che va guidato, instradato e condotto attraverso le complesse vie che lo condurranno all’età adulta.
Il termine Pedagogia deriva dal greco παιδαγογια, da παιδος (paidos) «il bambino» e αγω (ago) «guidare, condurre, accompagnare». Eppure, a dispetto del suo nome, non ha come oggetto diretto e primario il bambino. Non si rivolge, in qualità di Scienza, unicamente all’età giovanile. In qualunque momento potremmo aver bisogno di una guida che ci accompagni, di qualcuno che ci mostri il codice nascosto che regola il funzionamento dell’individuo in relazione al suo contesto.
«Ma un uomo cinquantenne non ha più nulla da imparare? Non impara egli di fatto qualcosa ogni giorno? E come o perché si sottrarrebbe questo imparare al concetto del fatto educativo? Lo spirito è sempre in via di sviluppo, finchè non cessa di essere. Il suo sviluppo sarà maggiore o minore, più rapido o più lento; ma uno sviluppo ei l’avrà sempre; e finchè c’è sviluppo, la scienza dell’educare deve dire che c’è ancora educazione». (G. Gentile, 1921)
In questo senso emerge un superamento della concezione originaria della pedagogia per approdare a un concetto di educazione continua che vede l’uomo soggetto/oggetto di un percorso di apprendimento, costante ma specifico, che dura tutta la vita (lifelong learning).
Atto e Potenza per Aristotele sono un binomio indissolubile e rappresentano il modello evolutivo della materia animata: ogni seme ha in sé la possibilità di diventare una pianta. Riferendosi all’Uomo potremmo dire che ogni passaggio dall’atto alla potenza richiede la decodifica del codice interno e segreto che regola la propria legge, la propria forma per permettere alla stessa di svelarsi. La Pedagogia quindi ci aiuta a comprendere il “come e perché” di quella entelechia di cui tutti siamo dotati: diventa lo strumento per il superamento della potenza a favore dell’atto.
Ecco perché la Pedagogia ha bisogno di un luogo dove agire (l’individuo) e un codice da svelare (la vita). In questa dinamica diventa fondamentale il linguaggio e l’Arte è la lingua che meglio accompagna questo percorso. L’arte è da sempre presente e necessaria per l’essere umano sin dalla sua prima apparizione sulla Terra. Quello che possiamo definire il “segno grafico” si è sviluppato ancor prima del linguaggio per rendere leggibili e trasmissibili i fatti quotidiani.
Di fronte a un’opera d’arte guardare l’insieme dei segni come una fotografia più grande è la dimostrazione che la comunicazione si dipana attraverso i cinque sensi in perfetta armonia con l’intelletto.
Poi, la scoperta del fuoco ha cambiato tutto…Le parole hanno preso il posto delle immagini ed è cominciata l’eterna lotta tra l’intelletto e l’emozione.
Ma su questo torneremo più tardi.
Fatto cenno alla comunicazione corre l’obbligo di specificare quanto quest’azione, connaturata all’essere umano, sia costantemente mistificata e mal gestita. Per comunicazione s’intende non solo quella rivolta agli altri, ma al contempo quella con se stessi, ovvero quella chiarezza di pensiero-sentimento, coerente e autentico, che permette l’agile gestione del passaggio dall’atto alla potenza.
Possiamo dunque definire l’Arte un iper linguaggio?
Sì. Emozioni, spunti, sensazioni, idee e tutto quanto si percepisce di fronte a un’opera d’arte vive di universalità poiché fa a meno della barriera linguistica.
È possibile utilizzare l’arte in maniera più consapevole, come strumento, come traduttore, facilitatore e moderatore tra le nostre emozioni e il nostro intelletto. Nella misura in cui, in prima persona, esperiamo questa dinamica acquisiamo la possibilità di replicare questo pattern, con padronanza, nella relazione con gli altri.
Questo concetto si fa ancora più chiaro se ci riferiamo all’arte contemporanea o comunque a quella del novecento, laddove assistiamo alla rottura del concetto assoluto di bellezza abbattendo così un’altra barriera, quella della perfezione della forma.
Come ha lucidamente espresso l’estetologo Dino Formaggio, «L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte […] quante cose diverse l’uomo ha chiamato arte, come diverse e spesso irriconoscibili tra loro sono le perle di una collana, e quante volte ciò che per una volta è stato chiamato arte (da chi? Dal passante, dall’esperto?) un’altra volta è stato negato o perduto come arte.».
E allora Banksy può esclamare: «Art should comfort the disturbed and disturb the comfortable».
Harold Rosenberg, studioso e critico d’arte americano, ha definito “oggetto ansioso” l’opera d’arte del XX secolo; appartenente dunque a quel genere di creazioni moderne destinate a perpetuare l’incertezza circa il fatto che si tratti di un’opera d’arte oppure no.
E quando siamo nell’incertezza, nell’impossibilità di regolare tutto con lo schema che conosciamo, ci affidiamo alle emozioni che il più delle volte sono per noi l’oggetto ansioso in quanto ancora oggi scarsamente conosciute e ri-conosciute, spesso confuse e poco allenate.
È per questo che si fa sempre più necessaria la connessione tra Pedagogia e Arte.
La pedagogia studia i processi dell’educazione e della formazione umana soffermandosi sui problemi e i fenomeni educativi.
Questa Arte non è più ricerca della forma perfetta, ma volontà e urgenza. L’Arte dal 900 ai giorni nostri è espressione del pensiero più che della tecnica del suo autore e non si propone di portare alla conoscenza altrui alcuna verità trascendente o comunque superiore: punta direttamente alle emozioni.
Nel novero dei fenomeni educativi importanza rilevante ha la decodifica delle emozioni e tutto quel comparto definito delle Soft Skills[1]. Non avremmo nessuna di queste abilità se non passassimo per la conoscenza, l’investigazione e il riconoscimento delle emozioni.
L’Arte dunque come decodifica del quotidiano percepire si manifesta quale armonizzatore sociale poiché insegna il senso profondo dell’equilibrio.
Il termine «armonia» deriva dal greco e significa «adattare»: l’armonia dunque è il buon incastro, la buona connessione fra le parti. Questa armonia tra intelletto ed emozioni è lo stato a cui tendere per sedare l’antica diatriba.
Ma questa che noi abbiamo appena definito come situazione dicotomica nei fatti non lo è. Studi neuroscientifici ci dimostrano che esiste un solo organo nel quale sono contenute tutte le nostre funzioni e sempre lo stesso organo le governa tutte: il cervello. Ma quello che le neuroscienze non fanno è alzare i muri e dividere: l’uomo sì.
Il primo e più efficace strumento per favorire l’abbattimento delle barriere con sé e con gli altri è l’educazione.
Educare viene dal latino «educĕre» e significa «tirare fuori ciò che sta dentro». In altre parole, chi educa ha il compito di accompagnare fuori ciò che si trova profondamente all’interno della persona, e che la persona da sola può percepire ma non riesce a far emergere. Facilitare dunque l’attivazione di un processo di emersione non è una tecnica, non è un metodo di apprendimento, ma un processo vero e proprio, qualcosa di più lento e più profondo che non sarà mai identico per tutti, ma specifico per ogni persona.
Le scoperte scientifiche più recenti coniugano nella Neuropedagogia l’azione educativa con lo sviluppo cerebrale e le più importanti funzioni umane, intrinsecamente dipendenti dalla condizione ambientale e dalle relazioni.
In questa ottica un’educazione così elastica come quella legata all’arte può giocare un ruolo ancor più determinante nella dimensione relazionale. Oltre alla componente genetica gioca un ruolo decisivo l’influenza ambientale che può distruggere o esaltare il talento o una semplice propensione. Se nell’ambiente che plasma l’essere umano introduciamo variabili come l’armonia, la bellezza, la conoscenza, la relazione autentica verremo investiti da quello che si definisce “effetto farfalla”. Infinitesimali variazioni nelle condizioni di partenza – che sia bambino, adolescente, adulto – producono variazioni rilevabili e crescenti nel comportamento futuro del soggetto del nostro intervento educativo. Poiché questa dinamica è una prerogativa dell’azione educativa dobbiamo tenere conto dell’insieme delle condizioni biologiche e ambientali capaci di promuovere un sano sviluppo mentale mediante la stimolazione di aree specifiche del cervello: avremo così una reale possibilità di vedere e sperimentare nuovi adattamenti e lavorare in un’ottica preventiva e riparativa.
L’Arte dunque usata con cosapevolezza, poiché esperita, diventa un potente assist per l’attività neuro educativa in quanto influenza la plasticità neuronale, caratteristica che può rendere stra-ordinaria la permanenza nella contingenza. Quello che l’arte fa è restituire con segni grafici, suoni, parole e corpo l’extra quotidiano cercando di ricostruire, grazie a questa guida, l’ordinario.
L’artista è come colui che pulisce dopo che una bomba sporca è scoppiata. Ricompone brandelli di essere umano trafitti da innumerevoli piccoli e letali oggetti esplosi. Dobbiamo cercare la mappa dell’Uomo altrimenti non possiamo ricostruirlo e l’Arte, gli artisti dunque, posseggono le coordinate poichè, grazie alla loro innata propensione al pensiero divergente, si fanno veicolo per l’ispirazione.
Quindi, i professionisti dell’arte e della pedagogia che volessero intraprendere un percorso interdisciplinare e profondamente educativo dovrebbero approfondire la conoscenza dello sviluppo cerebrale. Ma non basta. Si fa sempre più necessario, aprendoci a scenari internazionali e interdisciplinari, tipici di una cultura sempre più fluida e commista, l’individuazione e la comprensione delle lacune, la ricerca di soluzioni innovative, lo studio e l’approfondimento, l’esperienza sul campo delle nuove discipline e l’aggiornamento continuo. Solo così, comprendendo prima di ogni altra istanza cosa manca alla loro disciplina, potranno iniziare un percorso per renderla completa. In questa direzione costruiranno una nuova modalità di apprendimento personale e mai standard per ogni individuo.

 

D. Formaggio, L’arte come idea e come esperienza, Mondadori, Milano 1981
Di Jorio D. Synaptic Plasticity and Learning Processes: A Neuroeducation Perspective. OBM Neurobiology 2020
G. Gentile, Educazione e scuola laica, Vallecchi Editore, Firenze 1921
Life Skills Education for children and adolescents in schools OMS, 1993, Ginevra

 

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[1] «La competenza psicosociale è l’abilità di una persona di avere a che fare con le istanze e le sfide della vita di tutti i giorni. Questa è l’abilità di un essere umano di mantenere uno stato mentale di benessere e manifestarlo attraverso un comportamento flessibile e positivo nonostante le relazioni con gli altri, le loro culture e l’ambiente. […]».