UMANISTI: LA SOLUZIONE CHE NON T’ASPETTI

Traghettare l’essere umano-lavoratore fuori dalla pandemia 

Stefania Papirio e Rosamaria Reale

“Cosa fai per vivere?”

Questa la domanda che ci viene rivolta più spesso. Qualcosa da fare, insomma, che ci qualifichi. Nessuno mai che ci chieda “Chi sei per vivere?”. E per fortuna, poiché la risposta potrebbe deludere perfino noi.

Secondo Jerome Bruner, psicologo e pioniere della psicologia dell’educazione, il linguaggio verbale, prodotto culturale per eccellenza, è strettamente connesso allo sviluppo intellettuale: è attraverso i racconti che si apprende e si arricchisce l’esperienza. La narrazione, che coinvolge sempre la narrazione del sé, è la modalità conoscitiva per antonomasia perché non è solo una mera ricostruzione a posteriori dell’esperienza ma esplicita gli schemi e la grammatica dell’esperienza stessa. Nel complesso gioco della quotidianità, il raccontare diventa il codice delle nostre relazioni e diventa fondamentale per la costruzione del significato, senza dimenticare l’incidenza dei fattori socio-culturali.

Così, in un quotidiano fantastico, a scuola potrebbe essere insegnata, tra le materie, la narrazione dell’essere umano, quell’essere umano che pensa, sente, agisce secondo natura, che è capace di elaborare concetti, di instaurare relazioni, di operare scelte e di risponderne responsabilmente.

Questa macchina complessa, delicata e straordinaria che è l’uomo è completamente calata nel suo contesto di appartenenza e si comporta secondo le regole non scritte della sua tribù. Le regole mutano nel tempo e si adeguano al momento storico, non sono un codice immobile e granitico ma seguono l’evoluzione dell’essere umano e dei suoi bisogni. Lungo queste curve prende forma quella che noi definiamo Società, ovvero un insieme di individui dotati di diversi livelli di autonomia, relazione e organizzazione che, variamente aggregati, interagiscono al fine di perseguire uno o più obiettivi comuni.

E proprio la società ci vuole produttivi, impegnati e sorridenti!

Un lavoro nel lavoro!

Perché è sul terreno di gioco del lavoro che oggi si combatte la battaglia più feroce: quella della confusione della sfera personale con quella produttivo-lavorativa, entrambe alla continua ricerca di riconoscimento e conciliazione.

Abituati come siamo a identificarci con un’attività fuori da noi («io sono un ingegnere», «io sono una biologa», «io sono un’operaia» abbiamo iniziato a slabbrare il confine e rendere sempre meno chiari i campi di intervento. Il verbo “fare” sostituisce il verbo “essere” che non soddisfa la nostra volontà creativa e produttiva ma colma un divario e sposta l’attenzione.

Questo accade soprattutto a fronte di esperienze lavorative sempre più frammentarie ed eterogenee, si indebolisce il rapporto tra lavoro e identità (sociale e professionale) ed emerge la necessità dell’individuo di rafforzare il proprio sé professionale perché lo qualifica più velocemente.

“Non esiste più il posto fisso”, ce lo sentiamo ripetere da anni, come un mantra. Peccato che passando attraverso diverse crisi di governo nostrane, un disastro finanziario mondiale, le incertezze delle banche d’affari, miste a un cambio di moneta e altre amenità, nessuno si sia preoccupato di mettere al riparo l’Uomo comprendendone a pieno il valore di “ingranaggio” di un meccanismo sempre più complesso. Tant’è che lo stesso welfare aziendale si è spostato nel tempo da un primo afflato umanistico – vedi il modello Olivetti che fa rientrare di diritto nel concetto di “responsabilità sociale d’impresa” l’attenzione al benessere dei dipendenti – a un mero sostegno in denaro e benefit. Nessuno spazio quindi per quel lavoro di conciliazione che possa sedare la confusione generata da questa frammentazione.

Perché “essere umani” non è solo una definizione scientifica, ma una categoria dello spirito. E bisogna coltivarla questa umanità altrimenti la si perde con una semplicità che nemmeno te l’aspetti.

Eppure dal rapporto Welfare PMI 2020 emerge una costante crescita rispetto a quella che viene definita conciliazione vita-lavoro: “Nel 2020 il 63,3% delle aziende ha attuato almeno un’iniziativa nell’area della conciliazione tra la vita personale e il lavoro, con azioni che spaziano da misure organizzative (come flessibilità oraria, permessi e lavoro a distanza) a sostegni alla genitorialità (integrazione dei congedi, convenzioni con servizi per l’infanzia) a facilitazioni per il lavoro.”.

Negli ultimi anni, infatti, la stessa Digital Transformation ha contribuito a migliorare gran parte degli aspetti della società umana e l’attuale scenario di pandemia da Covid-19 ne ha dimostrato l’importanza negli ambiti organizzativi e manageriali. Tuttavia, diverse fonti ufficiali, negli ultimi mesi, ci segnalano gli svantaggi dovuti a questo aumento significativo nell’uso degli strumenti digitali a scopo lavorativo: rapporti di lavoro atipici e modalità di telelavoro hanno reso meno netti i confini tra sfera professionale e vita privata e la mancanza di interazioni faccia a faccia, il distanziamento, le restrizioni, l’imprevedibilità e la precarietà hanno provocato un aumento notevole di stress e problemi di salute. Lo confermano le rilevazioni a livello europeo: secondo i dati diffusi dal Parlamento UE, da un’indagine di Eurofound è emerso che il 27% degli intervistati in telelavoro ha dichiarato di aver lavorato nel proprio tempo libero per soddisfare le esigenze lavorative e chi è regolarmente in smart working ha il doppio delle probabilità di lavorare più dell’orario massimo stabilito dalla legge.

“Un insieme di prove in costante aumento mette in evidenza che tra gli effetti di una delimitazione dell’orario di lavoro, dell’equilibrio tra vita professionale e vita privata, di una certa flessibilità nell’organizzazione del tempo lavorativo, nonché di misure attive volte a migliorare il benessere sul lavoro, figurano conseguenze positive sulla salute fisica e mentale dei lavoratori, un miglioramento della sicurezza sul lavoro e un aumento della produttività della manodopera grazie alla diminuzione di stanchezza e stress, livelli più elevati di soddisfazione e motivazione sul lavoro e tassi più bassi di assenteismo.” [1]

La questione del benessere sul lavoro, però, non è affatto nuova e conduce verso un settore di ricerca e di studio umanistico ampio, articolato e ancestrale, già intrapreso dalla filosofia, dalla pedagogia, dall’arte, dalla psicologia sociale e del lavoro, dalla sociologia delle organizzazioni, ossia da tutte quelle discipline umanistiche che studiano l’uomo e la condizione umana, le cosiddette humanities.

E sono gli umanisti con il loro pensiero divergente che possono, a più livelli, intervenire sull’Uomo. Necessario è rafforzare ed equilibrare la vita personale, sebbene esseri in continua evoluzione, applicando quel processo maieutico tipico dell’educazione, conciliando così la sfera personale e quella professionale. Le relazioni, grazie alle quali ogni essere umano esiste, vanno facilitate e rese poi salde, per generare circoli virtuosi e fruttuosi. I rapporti di coppia e quelli genitori-figli hanno bisogno di sostegno attivo nell’esercizio della loro costruzione. Ed è il mondo della filosofia, dell’arte, della letteratura, le humanities insomma, l’area che meglio esprime queste possibilità e facilita l’incessante ricerca di un equilibrio che renda sopportabili gli accadimenti avversi.

L’essere umano (che pensa, sente, agisce e si assume le sue responsabilità) come soggetto-oggetto della sua esistenza viene prima della sua “destinazione”, che sia essa lavorativa, familiare o sociale. L’essere umano, quindi, è il risultato di queste realtà e solo attraverso il potenziamento delle sue caratteristiche personali potrà arrivare ad utilizzare il 100% delle sue capacità professionali.

L’essere umano come attore del suo cambiamento.

Numerosi e recenti studi sottolineano l’efficacia dell’applicazione delle scienze umane al modus aziendale come apertura al pensiero divergente. L’entrata degli umanisti in azienda si allinea ai propositi dell’Europa di creare una nuova leadership consapevole, non solo competente nella materia tecnica, ma allenata anche all’intelligenza emotiva quale sostegno all’innovazione.

Nell’ambito aziendale si parla ormai di formazione in modo assiduo e si tengono distinte quella professionale, gestita dai tecnici, e quella extra-professionale a cui afferiscono le humanities. Questa seconda tipologia vive di un approccio radicalmente diverso e si fa carico, finalmente, dei processi umani sottesi a qualsiasi attività professionale.

Questo nuovo approccio non è un capriccio degli umanisti ma deriva dall’attitudine di questi professionisti alla ricerca e all’applicazione trasversale delle conoscenze.

La grande scoperta del Prof. Giacomo Rizzolatti e del suo team di ricerca, i neuroni specchio, ha aperto la porta al supporto neuroscientifico di quelle materie sempre troppo snobbate come arte, filosofia e letteratura, quelle humanities, appunto, di cui abbiamo già parlato. Numerose ricerche collegano i neuroni specchio alla comprensione dei comportamenti che manifestano un’intenzione non ancora agita ma protesa a risultati futuri, quella sorta di previsione dei futuri comportamenti. Definiamo dunque l’evoluzione del linguaggio come codifica e decodifica del codice verbale e non verbale dell’individuo, quello stesso essere umano che vive con noi il  complesso sistema denominato Società.

Nell’uomo infatti è presente un sistema di espressione delle emozioni più complesso che nelle altre specie, per cui la ricerca si allarga, necessariamente, al campo della conoscenza dei meccanismi sociali.

Ma riportiamo questo discorso neuroscientifico al settore “lavoro”. Ogni azienda è formata da persone, distribuite in reparti, aggregati in team e non è più concepibile ignorare le relazioni non-formali che questi individui hanno fra loro, le loro attitudini, il linguaggio non verbale, le loro storie, le loro emozioni. Un team altro non è che la società in scala. Ed è per questo motivo che bisogna accendere un faro sulle dinamiche umane ed essendo appunto l’azienda una società in scala ridotta ci si può concedere il lusso di ragionare sulle componenti soggettive e personali che, a pioggia, avranno ripercussioni sui ritmi produttivi, sui profitti, sui risultati.

Ogni azienda è chiamata a mettere in campo quanto può per migliorare o adeguare la sua produzione alla contingenza. Ma il presente, il qui e ora, vive di tanti diversi esseri umani e le humanities, che sembrano sempre troppo lontane dalle logiche del denaro, sono ciò che può migliorare e/o adeguare la loro profittabilità.

Pensiero critico, creatività, capacità di argomentazione logica, l’attitudine a leggere la realtà come una fotografia più grande, mai viziata dalla visione soggettiva, sono di pari importanza rispetto ai titoli e ai saperi professionali.

Per molti le materie umanistiche sono impalpabili, eppure tutti usiamo per descrivere delle situazioni frasi che richiamano proprio quel “non so come spiegare” cercando un significato oltre le parole utilizzate (quando mai fossero utilizzate nel modo corretto). Questa che molti individui non sanno verbalizzare è la materia di cui sono fatte le emozioni che, incredibilmente, accomunano tutti gli esseri umani a tutte le latitudini.

La maggior parte delle teorie contemporanee definiscono le emozioni, o ancor più chiaramente le esperienze emotive, come un processo (e non come uno stato) multicomponenziale, cioè strutturato in più componenti in evoluzione.

Il contenitore delle emozioni è la relazione. È nello spazio tra due individui che si sviluppa la relazione. Relazione: Re-azione. In quell’asola si snodano i vissuti e le risposte all’altro che formano il tessuto della nostra vita collettiva.

Se è vero che le emozioni sono le stesse a tutte le latitudini è altrettanto vero che il malessere derivato da questo anno di isolamento, causa Covid-19, accomuna tutti i popoli e ha minato l’essere umano proprio nel suo tratto distintivo: l’essere un animale sociale. La relazione, la capacità di entrare in contatto, è stata azzerata e sostituita da palliativi virtuali che hanno starato ogni possibile strumento.

È quindi questo il momento di intervenire, noi umanisti, in attività strutturate e personalizzate di riconciliazione, riparazione, ridefinizione dell’identità personale, professionale e sociale. Gli umanisti contemporanei possono avvalersi, oltretutto, di importanti studi neuroscientifici a supporto delle enormi capacità di plasticità, adattamento e reazione del nostro cervello agli stimoli ambientali.

Innata nella forma mentis dell’umanista è l’interdisciplinarietà, così consona alla natura delle relazioni moderne, che da più parti e da più punti di vista permette quella visione d’insieme necessaria a comprendere l’uomo così come ci viene restituito dopo questo periodo disastroso.

E proprio riferendoci allo smarrimento di quella tara che invochiamo un cambiamento di direzione nei confronti degli umanisti per ciò che riguarda la formazione extra-professionale. L’efficacia dell’intervento degli umanisti sul luogo di lavoro è supportata dalle intrinseche caratteristiche di questo tipo di professionista: propensione all’osservazione, allo studio e alla ricerca, orientamento a forme di pensiero divergenti, all’immaginazione e a soluzioni creative, attenzione per la cura.

Per dire ad alta voce: “Sono, dunque…ehi, sì, io sono!”

Diritto alla disconnessione, Risoluzione del Parlamento europeo del 21 gennaio 2021 recante raccomandazioni alla Commissione sul diritto alla disconnessione (2019/2181(INL)).

J. Bruner, Children’s Talk: Learning to Use Language, WW Norton, 1983.

L’impresa al centro della comunità, Welfare Index PMI 2020.

M. Cornacchia, Le humanities in azienda, Franco Angeli, Milano, 2018.


[1] Messenger, OIL, studio di valutazione del valore aggiunto europeo dell’unità Valore aggiunto europeo del servizio Ricerca del Parlamento europeo (EPRS) dal titolo “The right to disconnect” (Il diritto alla disconnessione), (PE 642.847, luglio 2020).

EFFETTO FARFALLA

EFFETTO FARFALLA
Per l’Arte. Per la Pedagogia. Per l’Uomo.
Stefania Papirio e Rosamaria Reale

La Pedagogia non è un gioco da ragazzi!
Secondo il senso comune è il giovane essere umano che va guidato, instradato e condotto attraverso le complesse vie che lo condurranno all’età adulta.
Il termine Pedagogia deriva dal greco παιδαγογια, da παιδος (paidos) «il bambino» e αγω (ago) «guidare, condurre, accompagnare». Eppure, a dispetto del suo nome, non ha come oggetto diretto e primario il bambino. Non si rivolge, in qualità di Scienza, unicamente all’età giovanile. In qualunque momento potremmo aver bisogno di una guida che ci accompagni, di qualcuno che ci mostri il codice nascosto che regola il funzionamento dell’individuo in relazione al suo contesto.
«Ma un uomo cinquantenne non ha più nulla da imparare? Non impara egli di fatto qualcosa ogni giorno? E come o perché si sottrarrebbe questo imparare al concetto del fatto educativo? Lo spirito è sempre in via di sviluppo, finchè non cessa di essere. Il suo sviluppo sarà maggiore o minore, più rapido o più lento; ma uno sviluppo ei l’avrà sempre; e finchè c’è sviluppo, la scienza dell’educare deve dire che c’è ancora educazione». (G. Gentile, 1921)
In questo senso emerge un superamento della concezione originaria della pedagogia per approdare a un concetto di educazione continua che vede l’uomo soggetto/oggetto di un percorso di apprendimento, costante ma specifico, che dura tutta la vita (lifelong learning).
Atto e Potenza per Aristotele sono un binomio indissolubile e rappresentano il modello evolutivo della materia animata: ogni seme ha in sé la possibilità di diventare una pianta. Riferendosi all’Uomo potremmo dire che ogni passaggio dall’atto alla potenza richiede la decodifica del codice interno e segreto che regola la propria legge, la propria forma per permettere alla stessa di svelarsi. La Pedagogia quindi ci aiuta a comprendere il “come e perché” di quella entelechia di cui tutti siamo dotati: diventa lo strumento per il superamento della potenza a favore dell’atto.
Ecco perché la Pedagogia ha bisogno di un luogo dove agire (l’individuo) e un codice da svelare (la vita). In questa dinamica diventa fondamentale il linguaggio e l’Arte è la lingua che meglio accompagna questo percorso. L’arte è da sempre presente e necessaria per l’essere umano sin dalla sua prima apparizione sulla Terra. Quello che possiamo definire il “segno grafico” si è sviluppato ancor prima del linguaggio per rendere leggibili e trasmissibili i fatti quotidiani.
Di fronte a un’opera d’arte guardare l’insieme dei segni come una fotografia più grande è la dimostrazione che la comunicazione si dipana attraverso i cinque sensi in perfetta armonia con l’intelletto.
Poi, la scoperta del fuoco ha cambiato tutto…Le parole hanno preso il posto delle immagini ed è cominciata l’eterna lotta tra l’intelletto e l’emozione.
Ma su questo torneremo più tardi.
Fatto cenno alla comunicazione corre l’obbligo di specificare quanto quest’azione, connaturata all’essere umano, sia costantemente mistificata e mal gestita. Per comunicazione s’intende non solo quella rivolta agli altri, ma al contempo quella con se stessi, ovvero quella chiarezza di pensiero-sentimento, coerente e autentico, che permette l’agile gestione del passaggio dall’atto alla potenza.
Possiamo dunque definire l’Arte un iper linguaggio?
Sì. Emozioni, spunti, sensazioni, idee e tutto quanto si percepisce di fronte a un’opera d’arte vive di universalità poiché fa a meno della barriera linguistica.
È possibile utilizzare l’arte in maniera più consapevole, come strumento, come traduttore, facilitatore e moderatore tra le nostre emozioni e il nostro intelletto. Nella misura in cui, in prima persona, esperiamo questa dinamica acquisiamo la possibilità di replicare questo pattern, con padronanza, nella relazione con gli altri.
Questo concetto si fa ancora più chiaro se ci riferiamo all’arte contemporanea o comunque a quella del novecento, laddove assistiamo alla rottura del concetto assoluto di bellezza abbattendo così un’altra barriera, quella della perfezione della forma.
Come ha lucidamente espresso l’estetologo Dino Formaggio, «L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte […] quante cose diverse l’uomo ha chiamato arte, come diverse e spesso irriconoscibili tra loro sono le perle di una collana, e quante volte ciò che per una volta è stato chiamato arte (da chi? Dal passante, dall’esperto?) un’altra volta è stato negato o perduto come arte.».
E allora Banksy può esclamare: «Art should comfort the disturbed and disturb the comfortable».
Harold Rosenberg, studioso e critico d’arte americano, ha definito “oggetto ansioso” l’opera d’arte del XX secolo; appartenente dunque a quel genere di creazioni moderne destinate a perpetuare l’incertezza circa il fatto che si tratti di un’opera d’arte oppure no.
E quando siamo nell’incertezza, nell’impossibilità di regolare tutto con lo schema che conosciamo, ci affidiamo alle emozioni che il più delle volte sono per noi l’oggetto ansioso in quanto ancora oggi scarsamente conosciute e ri-conosciute, spesso confuse e poco allenate.
È per questo che si fa sempre più necessaria la connessione tra Pedagogia e Arte.
La pedagogia studia i processi dell’educazione e della formazione umana soffermandosi sui problemi e i fenomeni educativi.
Questa Arte non è più ricerca della forma perfetta, ma volontà e urgenza. L’Arte dal 900 ai giorni nostri è espressione del pensiero più che della tecnica del suo autore e non si propone di portare alla conoscenza altrui alcuna verità trascendente o comunque superiore: punta direttamente alle emozioni.
Nel novero dei fenomeni educativi importanza rilevante ha la decodifica delle emozioni e tutto quel comparto definito delle Soft Skills[1]. Non avremmo nessuna di queste abilità se non passassimo per la conoscenza, l’investigazione e il riconoscimento delle emozioni.
L’Arte dunque come decodifica del quotidiano percepire si manifesta quale armonizzatore sociale poiché insegna il senso profondo dell’equilibrio.
Il termine «armonia» deriva dal greco e significa «adattare»: l’armonia dunque è il buon incastro, la buona connessione fra le parti. Questa armonia tra intelletto ed emozioni è lo stato a cui tendere per sedare l’antica diatriba.
Ma questa che noi abbiamo appena definito come situazione dicotomica nei fatti non lo è. Studi neuroscientifici ci dimostrano che esiste un solo organo nel quale sono contenute tutte le nostre funzioni e sempre lo stesso organo le governa tutte: il cervello. Ma quello che le neuroscienze non fanno è alzare i muri e dividere: l’uomo sì.
Il primo e più efficace strumento per favorire l’abbattimento delle barriere con sé e con gli altri è l’educazione.
Educare viene dal latino «educĕre» e significa «tirare fuori ciò che sta dentro». In altre parole, chi educa ha il compito di accompagnare fuori ciò che si trova profondamente all’interno della persona, e che la persona da sola può percepire ma non riesce a far emergere. Facilitare dunque l’attivazione di un processo di emersione non è una tecnica, non è un metodo di apprendimento, ma un processo vero e proprio, qualcosa di più lento e più profondo che non sarà mai identico per tutti, ma specifico per ogni persona.
Le scoperte scientifiche più recenti coniugano nella Neuropedagogia l’azione educativa con lo sviluppo cerebrale e le più importanti funzioni umane, intrinsecamente dipendenti dalla condizione ambientale e dalle relazioni.
In questa ottica un’educazione così elastica come quella legata all’arte può giocare un ruolo ancor più determinante nella dimensione relazionale. Oltre alla componente genetica gioca un ruolo decisivo l’influenza ambientale che può distruggere o esaltare il talento o una semplice propensione. Se nell’ambiente che plasma l’essere umano introduciamo variabili come l’armonia, la bellezza, la conoscenza, la relazione autentica verremo investiti da quello che si definisce “effetto farfalla”. Infinitesimali variazioni nelle condizioni di partenza – che sia bambino, adolescente, adulto – producono variazioni rilevabili e crescenti nel comportamento futuro del soggetto del nostro intervento educativo. Poiché questa dinamica è una prerogativa dell’azione educativa dobbiamo tenere conto dell’insieme delle condizioni biologiche e ambientali capaci di promuovere un sano sviluppo mentale mediante la stimolazione di aree specifiche del cervello: avremo così una reale possibilità di vedere e sperimentare nuovi adattamenti e lavorare in un’ottica preventiva e riparativa.
L’Arte dunque usata con cosapevolezza, poiché esperita, diventa un potente assist per l’attività neuro educativa in quanto influenza la plasticità neuronale, caratteristica che può rendere stra-ordinaria la permanenza nella contingenza. Quello che l’arte fa è restituire con segni grafici, suoni, parole e corpo l’extra quotidiano cercando di ricostruire, grazie a questa guida, l’ordinario.
L’artista è come colui che pulisce dopo che una bomba sporca è scoppiata. Ricompone brandelli di essere umano trafitti da innumerevoli piccoli e letali oggetti esplosi. Dobbiamo cercare la mappa dell’Uomo altrimenti non possiamo ricostruirlo e l’Arte, gli artisti dunque, posseggono le coordinate poichè, grazie alla loro innata propensione al pensiero divergente, si fanno veicolo per l’ispirazione.
Quindi, i professionisti dell’arte e della pedagogia che volessero intraprendere un percorso interdisciplinare e profondamente educativo dovrebbero approfondire la conoscenza dello sviluppo cerebrale. Ma non basta. Si fa sempre più necessario, aprendoci a scenari internazionali e interdisciplinari, tipici di una cultura sempre più fluida e commista, l’individuazione e la comprensione delle lacune, la ricerca di soluzioni innovative, lo studio e l’approfondimento, l’esperienza sul campo delle nuove discipline e l’aggiornamento continuo. Solo così, comprendendo prima di ogni altra istanza cosa manca alla loro disciplina, potranno iniziare un percorso per renderla completa. In questa direzione costruiranno una nuova modalità di apprendimento personale e mai standard per ogni individuo.

 

D. Formaggio, L’arte come idea e come esperienza, Mondadori, Milano 1981
Di Jorio D. Synaptic Plasticity and Learning Processes: A Neuroeducation Perspective. OBM Neurobiology 2020
G. Gentile, Educazione e scuola laica, Vallecchi Editore, Firenze 1921
Life Skills Education for children and adolescents in schools OMS, 1993, Ginevra

 

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[1] «La competenza psicosociale è l’abilità di una persona di avere a che fare con le istanze e le sfide della vita di tutti i giorni. Questa è l’abilità di un essere umano di mantenere uno stato mentale di benessere e manifestarlo attraverso un comportamento flessibile e positivo nonostante le relazioni con gli altri, le loro culture e l’ambiente. […]».

 

Il cervello narrante

IL CERVELLO NARRANTE

Alberto Oliverio

Università di Roma Sapienza

Il cervello umano è in gran parte legato al linguaggio, alla capacità di costruire frasi logiche e illogiche, di descrivere la realtà ma anche di immaginare scenari fantastici grazie alle capacità creative della nostra mente, alla sua capacità di immaginare nuovi scenari.

Esiste una differenza ben chiara tra l’immaginario -che ha una sua dimensione estetica e cattura la vista- e l’immaginazione. L’immaginario è una specie di viaggio organizzato, l’immaginazione un percorso che va costruito. L’immaginazione occupa un ruolo centrale nel pensiero complesso in quanto ci permette di rappresentare ciò che è sconosciuto e ci fa compiere veri e propri salti ideativi, come si verifica in numerosi aspetti della narrazione.

Sin da piccoli, prima ancora di essere in grado di leggere, siamo affascinati dalle storie che ci vengono narrate dagli adulti, al punto che Jonathan Gottschall autore de L’istinto di narrare, sostiene che la narrazione fa parte della nostra naturalità e costituisce lo spazio nel quale gli individui si esercitano a utilizzare le competenze più importanti della vita sociale.

In effetti, uno dei vantaggi della narrazione, attraverso l’ascolto o la lettura, è la possibilità di vivere delle esperienze surrogate, soprattutto emozionali, senza esporsi in prima persona: le storie sono una sorta di simulatore di volo per la vita sociale umana, un modo per delineare scenari, ipotizzare comportamenti, senza rischiare in prima persona.

Ma esiste anche una dimensione intima della narrazione, quella che, man mano, ci porta a ristrutturare le nostre esperienze di vita, le nostre memorie. Ci raccontiamo storie sul nostro passato e man mano ristrutturiamo il significato dei singoli ricordi, cosicché la realtà delle memorie diventa progressivamente meno importante rispetto alla sua ricostruzione “di parte” che implica distorsioni, abbellimenti, omissioni, trasformazioni…

La storia di Limite ed Errore

La Storia di Limite ed Errore

“Perché le cose belle hanno un confine, perché le cose belle possono finire, perché le cose belle sono umane”.

Questa è una storia di inclusione a lieto fine.

Limite ed Errore erano due fratelli, figli di Confine e Umanità e come spesso accade, uno somigliava di più alla madre e l’altro di più al padre.

La loro natura era pienamente fedele all’etimologia del loro nome. Limite era un bambino molto attento, timido e riservato, con la bizzarra abitudine di tracciare linee ovunque e rimettere a loro posto le cose. Errore era completamente diverso, sbadato, insicuro, era solito inciampare in continuazione, ma in compenso era molto allegro ed estroverso, incline per sorte a fare amicizia indistintamente con tutti, ma proprio tutti!

Per le loro caratteristiche così peculiari e così ben evidenti, Limite ed Errore non erano sempre ben visti, soprattutto a scuola.

Quando cominciarono a frequentarla venivano spesso derisi, messi da parte, per una ragione e per l’altra. I genitori sapevano bene che i loro bambini non avevano nulla di sbagliato e che non sarebbe stato giusto cercare di cambiarli per renderli simili agli altri; essi erano il frutto dell’unione della madre e del padre e non potevano che somigliare a loro sebbene con modalità tutte proprie, e li avrebbero incoraggiati e sostenuti nella loro crescita e nel loro contatto quotidiano con il mondo, con tutto ciò che questo avrebbe comportato, nel bene e nel male.

Con il passare del tempo tuttavia, avvenne ciò che forse nessuno si sarebbe aspettato. Limite ed Errore cominciarono ad avere tanti amici, proprio a scuola; più i giorni passavano più tutti si rendevano conto che sarebbe stato difficile fare a meno di loro. Limite aiutava volentieri i suoi compagni a riordinare il proprio banco, a tenere la classe in ordine, ad aver cura di sé, del proprio tempo, dei propri oggetti, delle proprie amicizie, persino delle parole e dei gesti! Li portava a rimanere concentrati su un compito fino al suo termine, ad usare ogni angolo ed ogni momento nel modo più adatto e più divertente tracciando col dito, dovunque, bellissime linee piene di colore, nell’aria e sul pavimento. Grazie al suo aiuto i bambini iniziarono a organizzare in modo autonomo le proprie attività rispettando l’uso del proprio spazio, dei propri tempi, riuscendo a riconoscere così anche quelli altrui, scoprendo risorse e abilità che non immaginavano di avere.

La classe era diventata una vera squadra dove chiunque avesse avuto bisogno di una mano sarebbe stato facilmente sostenuto, perché ciascuno aveva imparato prima a sostenere se stesso in tutte le proprie necessità e senza alcuna forma di prevaricazione o eccesso.

Persino le maestre non potevano più fare a meno dei suoi consigli per quanto la classe fosse piena di tratti di ogni colore!

Errore poi divenne il grande amico di tutti, sempre pronto a stare accanto ai compagni soprattutto quando commettevano sbagli, raccontando loro le sue avventure stravaganti e aiutandoli a riflettere e a provare e riprovare ad affrontare le loro prove, senza arrendersi, perché solo attraverso l’osservazione di uno sbaglio avrebbero potuto trovare una strada migliore, solo riflettendo sul percorso inizialmente intrapreso, avrebbero capito dove e cosa migliorare e quali delle loro risorse sfruttare per diventare più grandi e più liberi, e soprattutto, attraverso le proprie forze.

“Che merito c’è nel fare esattamente nel modo in cui un altro fa o ci dice di fare? A cosa serve imparare senza scoprire quali sono le combinazioni magiche che ciascuno dà ai propri pensieri? ”

Questo Errore diceva ad ognuno perché questo lui aveva imparato e continuava ad imparare, proprio inciampando!

“Cosa siamo senza il nostro spazio e il nostro tempo? se è vero che tutte le nostre azioni si svolgono in un luogo e in un momento preciso e fare esperienza ci aiuta a crescere, come posso crescere se non riesco a dare uno spazio e un tempo giusto ai miei luoghi, ai miei stati d’animo, alle mie passioni, ai miei ritmi, alla mia fame, alla mia sete, al mio riposo, alla mia curiosità ed esuberanza… come riconoscerò le mie qualità se non so dove posso fermarmi e come superare un ostacolo? E soprattutto cosa farò se non potrò contare su me stesso?

Questo era infondo il messaggio di Limite ai compagni che si rattristavano invece quando disorientati trovavano davanti a sé l’orizzonte sconfinato di scelte che gli adulti ponevano loro in modo indiscriminato e a volte non richiesto, e si sentivano smarriti di fronte a tanta ingestibile quantità, inquieti, inadeguati, bisognosi anche loro di linee, di confini, di desideri ancora inesplorati, di percorsi liberi, ma tracciati dall’ombra protettiva della presenza umana costante, di No invalicabili, preziosi quanto la ricchezza delle infinite possibilità concesse alla libertà e al diritto di sperimentare e sbagliare.

Limite ed Errore crebbero e, l’uno tracciando e l’altro inciampando, trovarono l’Amore.

Divenuti ormai giovani adulti si unirono rispettivamente a due fanciulle: Orizzonte e Coraggio da cui nacquero degli splendidi figli: Relazione, figlia di Limite e di Orizzonte e Apprendimento figlio di Errore e di Coraggio.

Del resto non poteva che essere così e lo sarebbe sempre stato fino alla fine dei tempi.

Ma di questo vi racconteremo nella prossima storia.

Testo Debora Di Jorio – 29.09.2018

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Il cervello che impara

IIIIntervista radiofonica al Prof. Alberto Oliverio

SPAZIO LIBRI – Il cervello che impara di Alberto Oliverio

“In un mondo dominato dai nuovi media, fare esperienza, dall’infanzia alla vecchiaia, comporta un diverso uso della mente. Le neuroscienze ci aiutano a comprendere come impariamo quali trappole evitare come mettere in pratica le strategie migliori.

La neuropedagogia non vuole certamente sostituirsi alla pedagogia, bensì indicare a genitori e docenti in che modo numerose esperienze dipendono da come è fatto e funziona il cervello e come queste conoscenze possano tradursi in un migliore processo formativo.”

(Alberto Oliverio Il cervello che impara)

Le risorse dell’educazione

 

 

Ci siamo mai chiesti se all’origine dell’insorgenza di un sintomo espresso da un individuo di qualsiasi età ci sia sempre un reale disturbo? Quanto peso hanno le cattive abitudini nello strutturarsi di malesseri e quanta incidenza può avere l’ambiente nello sviluppo di un soggetto in crescita se non risponde alle esigenze di una evoluzione sana e armoniosa? L’eccesso di medicalizzazione dei comportamenti sta producendo una forma di cecità davanti alle risorse insite nei processi educativi, risorse che dalla nascita di un ogni essere umano sono consegnate nelle mani di genitori e insegnanti. L’emergenza educativa oggi sta nella ri-consegna legittima del ruolo pedagogico alla famiglia e alla scuola prima che al sistema delle diagnosi a volte facili, e sicuramente di una più solida consapevolezza ad una pedagogia professionale più attenta, che rispolveri le antiche origini da cui attingere sapere, prassi e conoscenza.

 

L'educazione ha il compito di dare forma al cervello. A.Oliverio